In una società tentata di voltare le spalle al dolore e di esaltare l’analfabetismo del cuore (nn. 64-65) irrompono i «dieci verbi della tenerezza» (Luca, 10, 29-37), che descrivono le azioni del Samaritano: fermarsi dinanzi al malcapitato e farsene materialmente carico. Verbi che descrivono gesti di fraternità e denunziano con chiarezza l’amore sociale tradito (cfr. n .81), quando si fa leva su pregiudizi, interessi personali e barriere storico-culturali. Con i suoi gesti, il Buon Samaritano trasforma la strada dell’aggressione e del delitto in cantiere per la costruzione di una società che sa includere, integrare e sollevare chi è caduto o è sofferente (n. 77).

L’indifferenza

Il papa è consapevole, come lo è qualsiasi persona non contagiata dal virus dell’indifferenza, che, in ogni caso, la fraternità non è mai un soave duetto. Essa è sempre messa a rischio sia dal falso universalismo di chi non ama il proprio popolo, sia dall’universalismo autoritario e astratto, che mira a omogeneizzare, uniformare e dominare. La difficile strada della custodia delle differenze è il criterio della vera fraternità. Si è fratelli perché si è, insieme, uguali e diversi, facendo esperienza di quell’amore sociale (cfr. n. 186), in virtù del quale «ognuno è pienamente persona quando appartiene a un popolo, e al tempo stesso non c’è vero popolo senza rispetto per il volto di ogni persona» (n. 182).

Programma politico

Programma politico, quello dettato da Francesco? Sì, nel senso più nobile della parola. Infatti, si legge al n. 154: «Per rendere possibile lo sviluppo di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale, è necessaria la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune. Purtroppo, invece, la politica oggi spesso assume forme che ostacolano il cammino verso un mondo diverso». «Mi permetto di ribadire – continua il papa – che la politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia» (n. 171). Al contrario, «abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi, […] capace di riformare le istituzioni, coordinarle e dotarle di buone pratiche, che permettano di superare pressioni e inerzie viziose». Non si può chiedere ciò all’economia né si può accettare che questa assuma il potere reale dello Stato, perché «il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale» (n. 168).

Insomma, una politica che voglia contribuire a costruire fraternità e amicizia sociale passa attraverso un recupero di umanità. Lontano quindi da parole sprezzanti verso l’altro, soprattutto se fragile e in condizione di svantaggio. Questi infatti ha il «“diritto” di prenderci l’anima e il cuore» (n. 194).

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By ninja

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