La prima pandemia di peste, quella di Giustiniano, iniziava nel 541-2, in un contesto ecologico ed economico di crisi. Yersinia pestis, portato dal ratto nero continuava a manifestarsi non solo nella forma bubbonica trasmessa dalle pulci che, quando il ratto muore, si nutrono sull’uomo, ma anche polmonare. La letalità della peste, dovuta al fatto che non è una malattia dell’uomo ma dei roditori, variava dal 70% per la forma bubbonica al 100% per quelle setticemica e polmonare. La peste di Giustiniano, che uccise tra i 25 e i 100 milioni di individui, si spense in un paio di secoli per motivi demografici, per l’immunità di gregge e, forse, perché anche i ratti divennero resistenti alla malattia.

La lebbra era largamente diffusa nel Medioevo e alla fine del XIII secolo in Europa si stima vi fossero quasi ventimila lebbrosari. Era poco infettiva e cronica, ma suscitava ribrezzo e rifiuto. Nelle nostre latitudini probabilmente scomparve anche perché la ripresa economica e demografica favorì la circolazione della tubercolosi: sono due micobatteri e se un individuo entra in contatto col bacillo di Koch in teoria si immunizza contro quello di Hansen. E viceversa.

Peste Nera del Trecento

Nell’immaginario collettivo la pandemia spaventevole per antonomasia, più della Spagnola, è la Peste Nera del Trecento. L’impatto epidemiologico fu devastante: uccise in un lustro quasi un quarto della popolazione europea sempre per il fatto che circolava nella forma polmonare. Perché dopo quattro secoli si estinse la seconda pandemia di peste? Certamente un ruolo lo svolsero le fughe suggerite dal senso comune (Cito Longe Tarde), il miglioramento dell’igiene abitativa, di quella del corpo e dei vestiti, e probabilmente l’immunità e le dinamiche genetiche nelle popolazioni del parassita. Qualcuno attribuisce un ruolo anche alla sostituzione ecologica, durante la Piccola Glaciazione (1300-1800), della specie Rattus rattus con Rattus norvegicus, che è più resistente alla malattia.

L’introduzione, nel 1377, della quarantena contro la peste da parte dei Veneziani era base della costatazione che la malattia aveva un tempo di incubazione e quindi bastava isolare le persone a rischio e stare a vedere. La diffusione delle quarantene anche per controllare altre epidemie, scontava il fatto che funzionavano a seconda della biologia della malattia, ovvero quando la trasmissione era diretta (come il coronavirus) ma poco quando dipendeva da un vettore sconosciuto. In Nord America, nel Settecento, non funzionava contro la febbre gialla e, come fu nel caso di una micidiale epidemia a Filadelfia nel 1793, si doveva aspettare l’inverno perché il freddo uccidesse il vettore Aedes aegypti e così si interrompesse. Quarantene e lazzaretti, al di là di privazioni, discriminazioni e abusi verso le persone, e dei pregiudizi e ribellioni che scatenavano, segregavano i malati in condizioni di pessima igiene e senza cure, per cui sono testimonianze di un’umanità cognitivamente e moralmente arretrata.

Dopo che oltre il 90% delle popolazioni amerinde e del Pacifico furono sterminate dalle infezioni degli Europei, e mentre anche in Asia le epidemie si susseguivano fino a Novecento avanzato, a partire da metà Ottocento le epidemie/pandemie cominciarono a essere controllate su basi conoscitive. Così terminarono in Europa le pandemie di colera, dopo la scoperta che il vibrione si trasmette con l’acqua contaminata e che serve costruire fognature e potabilizzare l’acqua. L’arrivo dei vaccini consentì di farla finita con almeno due malattie spaventose: il micidiale vaiolo e la poliomielite (ormai presente solo in Afghanistan e Pakistan). Le pandemie di influenza oggi sono controllate dai vaccini, ma fino agli anni Cinquanta dipendevano da dinamiche evolutive tra ceppi virali in costante mutazione e ricombinazione: l’ipotesi più plausibile per la conclusione della Spagnola è che diminuirono per immunità di gregge i suscettibili e un ceppo meno aggressivo di H1N1 soppiantò quello micidiale, verosimilmente emerso negli ospedali militari francesi nell’agosto del 1918.

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By ninja

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