Anche se il risvolto esibisce le credenziali accademiche dell’autore, questo suo libro (il primo in italiano) si può leggere come un romanzo. Un romanzo in venticinque capitoli, con protagonisti che cambiano dall’uno all’altro, in un racconto che va dal remotissimo homo heidelbergensis del primo capitolo agli insediamenti di seicento anni fa nella foresta amazzonica delle ultime pagine.

Muovendosi da un continente all’altro e da un’età all’altra, questo travelogue sciorina esempi di «misteriose cenerentole nella storia del mondo», civiltà trascurate dagli storici perché marginali negli «sviluppi politici e culturali che hanno condotto all’Europa moderna». Di qui le due parole del titolo (“dimenticate”) e del sottotitolo (“smarriti”). Ma come prendere per dimenticate le famose rovine minoiche di Creta, gli Etruschi di cui si moltiplicano le mostre, le celebrate oreficerie degli Sciti, i Moai dell’isola di Pasqua, Palmira con le distruzioni subite dall’Isis, o in Cambogia Angkor Wat? Forse l’autore contava sul curioso effetto che produce l’alternarsi di questi luoghi (spesso fortunate mete turistiche) con culture assai poco note? Fra queste, incontriamo nel libro gli otto giavellotti da caccia scavati nel 1994 non lontano da Helmstedt, che aprono forse uno spiraglio su ominidi di 320.000 anni fa, molto più antichi della specie homo sapiens a cui apparteniamo. O la mitica Dilmun, dove intanto Roberto Calasso nel suo libro appena uscito (La tavoletta dei destini, Adelphi 2020) ha fatto approdare, naufrago, Sindbad il Marinaio; o le mura “ciclopiche” di “Grande Zimbabwe”, città fiorita fra XI e XV secolo ma trascurata dai governi dell’allora Rhodesia, poco inclini a riconoscere ai nativi africani un autoctono sviluppo urbano.

Haarmann intreccia le discipline, dall’archeologia alla linguistica, alle indagini sulle sequenze del Dna di popolazioni più o meno “misteriose”. Ci addita, da una cultura all’altra, questo o quell’altro pattern che le accomuna, e non solo per essere (ammesso che lo siano) considerate periferiche dal nostro eurocentrismo. Il ventaglio delle conoscenze mobilitate di pagina in pagina è tanto vasto e vario che è impossibile giudicare fino a che punto le interpretazioni e i nessi qui offerti siano garantiti o senza alternative. Ma mentre è in moto la macchina narrativa è sempre più chiaro che l’autore ci propone di esplorare con lui questi «venticinque sentieri smarriti» per condividere il rigetto di quel che chiama «il pensiero stereotipato». Ad esempio quello secondo cui la culla delle più antiche civiltà agrarie avanzate va ricercata in Mesopotamia e in Egitto e non nell’Europa balcanica come voleva Marija Gimbutas, con le sue famose e controverse tesi sull’“Antica Europa”, che Haarmann abbraccia fedelmente.

Si allineano così alcuni leitmotif trasversali, che corrispondono ad ambiti in cui secondo l’autore le culture chiamate a testimone hanno qualcosa da insegnarci. Nell’“Antica Europa” (che include Albania, Ungheria, Carpazi, Transilvania), ad esempio, «stando alle conoscenze attuali possiamo desumere che la civiltà danubiana fosse costituita da una società egalitaria», priva di ogni gerarchia e con rapporti perfettamente bilanciati fra donne e uomini. Deduzione: con un modello sociale fondato sulla cooperazione fra i due sessi e sulla totale assenza di gerarchie «è possibile raggiungere alti standard socioeconomici e tecnologici», anzi un «primo modello di Commonwealth». Priva di gerarchie sociali era, secondo Haarmann, anche la società di Çatalhöyük (in Turchia), «la più antica metropoli del mondo» (VIII-VI millennio a.C.), senza differenziazione fra edifici pubblici e privati pur in un ampio contesto urbano. Lo stesso egli pensa delle civiltà dell’Indo (2800-1800 a.C.), caratterizzate da uguaglianza sociale ed economica nonché dal «modello sociale di un’area economica integrata, un Commonwealth, che non arriva alla costituzione di un impero politico». Simili accenni si trovano altrove nel libro, per esempio a proposito del sito archeologico di Loulan nella provincia di Xinjiang in Cina (II-I millennio a.C.), dove l’uguaglianza fra donne e uomini viene argomentata con la somiglianza dei corredi funerari, e sono semmai le donne ad avere talvolta tombe più ricche. Identico discorso per i Chachapoyas delle Ande (VIII-XV secolo d.C.), una «società sostanzialmente egalitaria» dove «forse le donne avevano un ruolo preponderante».

È difficile tacere il sospetto che queste affermazioni soffrano di anacronismo, o quanto meno di un eccesso di modernizzazione, e che l’autore esageri per amor di tesi. È proprio vero che dopo il tempio funerario della donna faraone Hatshepsut (c. 1450 a.C.) «bisognerà aspettare un migliaio di anni per vedere un altro edificio perfettamente simmetrico, il Partenone»? O che gli antichi greci abbiano «rimosso dalla memoria culturale» la civiltà dei Pelasgi, quando poi quel poco che sappiamo di loro – a cominciare dal nome – è tramandato da fonti greche? Vediamo qui all’opera un uso tendenzioso della documentazione, che somiglia un po’ agli usi politici dell’archeologia da lui spesso ricordati, come il trattato di pace in scrittura cuneiforme fra un re ittita e un faraone del 1258 a.C. esposto in copia alle Nazioni Unite. Finiamo così col capire che in questo libro i veri protagonisti siamo noi, il presente in cui viviamo. Dobbiamo imparare, suggerisce l’autore, dal «carattere pacifico della società minoica», o ancora dai disastri ambientali che cagionarono la decadenza di Dilmun, il declino delle culture dell’Indo, lo spopolamento dell’isola di Pasqua, l’abbandono della città murata di Grande Zimbabwe.

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By ninja

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