Sono da poco passate le 17.17, siamo al 13 maggio 1981. Da poco il turco Mehmet Ali Ağca ha sparato a Giovanni Paolo II, in piazza San Pietro. L’auto scoperta, la celebre Fiat Campagnola bianca (oggi esposta ai Musei Vaticani), scompare in velocità sotto l’Arco delle Campane e arriva al pronto soccorso vaticano, dalla parte opposta della Basilica. Lì, per caso in quel momento, c’è il medico personale del Papa, “l’Archiatra” professor Renato Buzzonetti, che lo fa stendere su una barella e cerca di tamponare la ferita all’addome. Karol Wojtyla è molto grave, deve essere subito portato all’ospedale. Da quel momento inizia una serie infinita di decisioni prese all’istante, molte delle quali si riveleranno temerarie e spesso inspiegabili. Come quella di portare il Pontefice in fin di vita al Policlinico Gemelli, e non al ben più vicino Ospedale Santo Spirito. A decidere è monsignor Stanistalo Dziwisz, il suo onnipotente segretario. Il Gemelli è lontano, di solito c’è traffico, specie a quell’ora di chiusura degli uffici. Ma si decide per il Policlinico, dove c’è sempre una stanza lasciata libera sempre per il Pontefice.

La corsa al Gemelli con l’ambulanza vecchia e la sirena che si rompe

Ma l’ambulanza riservata al Papa, nuova di zecca e con le migliori attrezzature mediche installate a bordo, è bloccata dalla folla all’Arco delle Campane, tarda ad arrivare. Allora si decide di usare quella vecchia, che è immediatamente disponibile. Il tempo stringe, sono passati già dieci minuti dall’attentato. E così parte la corsa, dalla porta Sant’Anna. A bordo ci sono l’autista, il cameriere pontificio Angelo Gugel, l’archiatra Buzzonetti, il chirurgo dottor Fedele, don Stanislao, il direttore del servizio sanitario e naturalmente il Papa. L’ambulanza si infila nel traffico, ma mentre sale verso la Balduina la sirena si rompe, e così l’autista suona disperatamente il clacson, il tutto senza una scorta della polizia. Fa sempre una certa impressione ripercorrere la dinamica dell’attentato a Giovanni Paolo II, le sue dinamiche e anche le decisioni prese. A quarant’anni da quel 13 maggio arriva ora in libreria “Il Papa doveva morire” (edizioni San Paolo, 234 pagine, 22 euro), scritto dal giornalista e saggista Antonio Preziosi, direttore di Rai Parlamento.

L’aggressione un anno dopo a Fatima, il Papa viene ferito

Il libro ripercorre i momenti-chiave della storia di quella vicenda, mai davvero chiarita nei suoi contorni, che ha segnato la storia del pontificato del papa polacco. Nella prefazione l’arcivescovo Rino Fisichella, oggi a capo del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, ricorda quei momenti e nel suo ruolo di allora di assistente dei giovani dell’Azione Cattolica romana, che organizzò rapidamente una veglia di preghiera in Piazza San Pietro assieme ad altri gruppi cattolici. Molti sono gli spunti nel libro di Preziosi, come il “mistero” della due suore (lasciamo al lettore la possibilità di indagare su questo aspetto, mai chiarito sulla presenza di una religiosa di cui non si sono mai trovate tracce), o quanto accaduto esattamente un anno dopo a Fatima nel pellegrinaggio del Papa per il ringraziamento per lo scampato pericolo. Un evento poco ricordato, ma sconcertante. La sera del 12 maggio, vigilia dell’anniversario, mentre stringeva le mani dei fedeli, il Papa venne avvicinato da un uomo che si scagliò contro di lui armato di una lama lunga quanto una baionetta, al grido “abbasso il Papa, abbasso il Vaticano Secondo!”. Era un prete tradizionalista, che fu bloccato dalla sicurezza. L’evento fu minimizzato, ma solo nel 2008 don Stanislao ammise che Wojtyla era stato ferito. Nel racconto dettagliato e incalzante di Preziosi ampio spazio è dedicato a Fatima, che si intreccia con l’attentato e con le decisioni future di Giovanni Paolo II di rendere noto il terzo segreto nel 2000.

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By ninja

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