Pittore delle splendide nature morte inquietamente sbiadite, Crema ritrova Francesco Arata in una raffinata mostra a Palazzo Zurla De Poli. L’artista nativo di Castelleone (1890-1956), forte di un tratto caratterizzante nello smorzare luci e colori in un inquieto equilibrio di forme, nutre le sue Nature Morte dosando, e sapientemente sfumando d’un tocco delicato, il sostrato che gran parte ebbe per il genere in Lombardia. La sua è una pittura meditata e colta di citazioni dense e di echi metabolizzati e rivisitati secondo una sintassi personalissima che tutto reinterpreta e interiorizza, mentre Lorenzo Lotto, Vincenzo Campi, Giuseppe Arcimboldo e Caravaggio sono capisaldi da cui il pittore lombardo non vuole e può prescindere.

Le rose sfioriscono

Nei suoi quadri le rose sfioriscono, le foglie della vite seccano, i germani reali reclinano il capo fissati di morte, i canovacci si macchiano e sporcano, le aringhe colorano l’involucro di carta di fetori putrescenti, mentre l’autoritratto, con pennelli alla mano, è corrucciato d’inquietudini non sopite. Ed è così che l’oggetto rappresentato si connota nelle pennellate di Arata di una soggettività intimistica, dove gli equilibri precari d’acini, bottiglie o di composizione, richiamano turbinii perturbanti, preoccupazioni malcelate, sommovimenti d’apprensione. Eppure la grammatica pittorica appare a tutta prima quieta e riparata, “una manifestazione dello stato d’animo, che racconta il piacere della vita al riparo del passare delle stagioni”, fino a quando un immancabile memento mori fa capolino e macchia la frutta, le mele si deteriorano, le pere anneriscono, la verza scolora, l’uva è scomposta nei raspi distorti.

Allegorie

Una pittura quella di Arata che si fa allegorica dunque, che allude e simboleggia, in traluce e non solo, e che spiazza in una compostezza che si scompone in variazioni talvolta appena percettibili, tal altra spiazzanti e quindi stranianti.

“Arata controlla la natura morta in tutte le sue variazioni, verificando con profonda sensibilità ogni mutazione e pulsazione, rivisitando i soggetti quali la cacciagione, i frutti, le tovaglie, le ciotole, le brocche; trasforma la composizione in ogni epoca del suo lavoro, in un primo tempo volutamente realista, poi, con l’avanzare degli anni Trenta, più ispirato da sensazioni legate al variare delle situazioni, degli stati d’animo, del clima artistico, di nuove ricerche, dell’età che avanza e che lo conduce a soluzioni prudenti”, spiegano i curatori di questa mostra che dialoga plasticamente con gli affreschi di Palazzo Zurla De Poli.

Le opere in mostra sono 19 tele (di proprietà della Fondazione Arata, prestiti da altre collezioni private e 5 tele della famiglia De Poli).

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By ninja

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