Abituati a conoscere la storia di una città dai suoi monumenti, dai palazzi o dalle attrazioni turistiche, ne riduciamo il ricordo al formato di una cartolina o di un post su Instagram che meglio sintetizza la nostra esperienza dello spazio urbano. Ci colpiscono i colori delle strade, le facciate delle case, gli edifici pubblici, i giardini, ma ci sfugge quella storia minuta raccontata dalla stesa dei marciapiedi, dalla foggia delle panchine su cui pure ogni tanto ci soffermiamo per riposare, dalle fermate dei mezzi pubblici, dai semafori, dalle targhe stradali. Da tutti quei minuti, eppur visibili, elementi cioè che costituiscono quello che chiamiamo arredo urbano e che solo la pratica di un flâneur come quella descritta (e auspicata) da Baudelaire a metà dell’Ottocento ci aiuterebbe a conoscere intimamente la vita frenetica della grande città.

Elementi minuti

Ed è proprio una guida al vagabondaggio urbano che ci propone questo curioso libro, ricco di informazioni e di notazioni: un vagabondaggio alla ricoperta di tutti quegli elementi minuti o talvolta poco appariscenti (perché dati per scontati) che tuttavia con la loro presenza danno il tono allo spazio pubblico, lo caratterizzano con modi che variano da Paese a Paese e che ancora recano incisi i segni della storia e dei costumi che vi si sono stratificati nei secoli. Nel 1953, l’architetto e urbanista inglese Gordon Cullen aveva lanciato il manifesto del townscape suggerendo la necessità di pianificare le modificazioni delle città tenendo conto proprio di quegli elementi che di solito sfuggono al controllo per la loro natura tecnica e che purtuttavia contribuiscono in maniera determinante al successo o all’insuccesso dell’ambiente: era quello che poi si sarebbe chiamato «arredo urbano» e che comprendeva l’assetto dei marciapiedi, i cestini dei rifiuti, le targhe stradali, i tombini, l’illuminazione, le panchine, le insegne pubblicitarie, etc. Elementi anonimi, ma importanti che sono appunto al centro della narrazione di questo libro: «elementi – scrive Magnago Lampugnani – piccoli e apparentemente insignificanti, che ugualmente servono a identificare le città e gli spazi ritratti nelle fotografie. Perché lo spazio urbano che iniziamo a riconoscere nella sua varietà, non è affatto vuoto. A popolarlo non sono solo le persone, ma anche una infinità di piccoli elementi architettonici: entrate della metropolitana, fermate dei mezzi pubblici, chioschi, toilette pubbliche, cabine telefoniche, fontanelle, guardiole…».

Silenziosi comprimari

Distratti come siamo dalle pulsazioni della vita di strada, quest’elenco può destare stupore; per la nostra immaginazione abituata a essere colpita dalle audacie e dalle stravaganze delle architetture di moda, questi silenziosi comprimari galleggiano nello sfondo sfuocato della nostra percezione della città. Eppure, basta rileggere le osservazioni del giornalista e scrittore belga Léo Claretie quando nel suo Paris en plein air, nel 1897 spiegava il fascino (e la sottesa complessità) dei boulevard parigini, strepitosa invenzione del prefetto delle Senna, il barone Haussmann che, sotto l’impulso di Napoleone III, rimodellò radicalmente il tessuto medievale della capitale trasformandola nella moderna metropoli che conosciamo, grazie a quei grandi viali che ne cambiarono l’uso quotidiano. «Il Boulevard – scriveva – deve il suo charme soltanto a se stesso, alla sua carreggiata, ai suoi marciapiedi, alle sue botteghe (…). Ciò che colpisce subito è l’aspetto bizzarro e multicolore di questa passeggiata disseminata di réclame, di chioschi, di edicole che, ben lungi dall’essere di ostacolo, si risolvono in ornamenti (…). Il décor è completato da numerosi accessori dai colori brillanti: le panchine sono gialle; macchie di colore blu vivo, di un rosso scarlatto o di un verde marino risplendono sui vetri dei chioschi di giornali, di chioschi da bibite, degli chậlet dei servizi igienici divenuti oggetti di parate, delle baracche delle fioraie, delle colonnette per le chiamate in caso d’incendio, o delle cassette delle lettere, dei pennoni per la pubblicità, dei lampioni vestiti da fastosi fotografi, delle colonne piantate sul bordo dei marciapiedi dei teatri, i music hall, i giornali; e ancora, gli annunci pubblicitari eclatanti, loquaci, attaccati sui muri, o affissi in rilievo, lettere dorate che ricoprono balconi, balaustre, i frontoni delle botteghe…».

Con gli interventi haussmaniani le strade, provviste di scarichi, pulite, ben illuminate, offrivano nuove possibilità di trascorrere il proprio tempo all’aperto e Parigi divenne una «città fuori di casa»: lo spazio pubblico era il salotto del popolo e gli arredi delle case si trasferirono all’esterno contribuendo al comfort e al piacere dei parigini.

Importanza del decoro urbano

Si era ormai definito un modo di concepire lo spazio pubblico, che si estese a tutte le altre città del mondo: a esso contribuirono urbanisti, artisti e architetti che vi fusero ingegnosamente tecnica, estetica ed economia, convinti dell’importanza del decoro urbano. Molti di questi oggetti sono oggi scomparsi, a cominciare dagli orologi e dalle cabine telefoniche, vittime della rivoluzione digitale; altri si sono trasformati adeguandosi alla tecnica e al gusto: le panchine, soprattutto, i cestini dei rifiuti, le toilette, i lampioni e persino le targhe stradali. Sono diventati oggetti di design, ma non per questo sono diventati più attraenti o funzionali: il nuovo secolo ha rafforzato la sensazione che la nostra sia ancora in larga parte una civiltà di strada e paradossalmente il lockdown ne ha reso ancora più acuta la mancanza. Lo spazio pubblico è ancora dunque il palcoscenico per allestire lo spettacolo delle città del benessere, ma si ha l’impressione che i nuovi arredi siano spesso concepiti come oggetti da vetrina e non d’uso, orgogliosi della loro individualità e incapaci di trarre forza dalle caratteristiche collettive degli spazi urbani.

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By ninja

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