Un Maestro non muore mai veramente. Al massimo passa a un livello diverso di consapevolezza. Tra le innumerevoli cose che si possono dire sulla morte di Franco Battiato – musicista, sperimentatore, autore pop, regista, pittore, appassionato di esoterismo ma forse, dovremmo specificare, di spiritualità – la prima è questa: è morto il Maestro, ma state sicuri che non è morto veramente. Il compositore siciliano (non cantautore, per cortesia) aveva 76 anni e da tempo, a causa di una grave malattia che ne aveva compromesso il sistema nervoso, si era ritirato dalla scena pubblica nella sua casa di Milo, dove è venuto a mancare.
La notizia arriva dai familiari: «Le esequie si terranno in forma strettamente privata. La famiglia ringrazia tutti per le innumerevoli testimonianze di affetto ricevute». Qui non serve elaborare il lutto: con la sua assenza, durata quattro anni e intervallata dall’uscita di Torneremo ancora (2019), un disco in un certo senso già postumo, ci aveva abituato all’idea che se ne sarebbe andato. Se ne sarebbe andato senza andarsene veramente, da quel grande amante dei paradossi che è sempre stato.

Battiato durante una delle sue ultime esibizioni, nel 2017

Il «periodo pre-critico»

Siciliano di Jonia, per questo vulcanico e pure un po’ filosofo, era nato il 23 marzo del 1945, mentre il mondo usciva dalla guerra. Immaginario che avrebbe popolato alcune delle sue più belle canzoni come Stranizza d’amuri. In Sicilia si accorge presto di essere cittadino del mondo e, a metà degli anni Sessanta, si trasferisce prima a Roma e poi a Milano, dove tenta l’avventura da cantante melodico e chitarrista beat. Una specie di «periodo pre-critico», lo definiva lui scherzando, che culminò nell’apparizione televisiva al programma Diamoci del tu, condotto da Giorgio Gaber e Caterina Caselli.

Battiato nella pubblicità del divano anni Settanta

Gli anni del progressive e della sperimentazione

A Milano, però, si avventura in due universi tutti nuovi: la musica colta contemporanea, in particolare quella di Karlheinz Stockhausen, e la meditazione trascendentale. L’impatto, sulla sua anima curiosa, è devastante e Battiato, in piena contestazione, si muove prima nel solco del progressive, come frontman degli Osage Tribe, poi da solista, in direzione del minimalismo. Pubblica per l’etichetta Cramps, la stessa degli Area, fondata dal grande Gianni Sassi, e i testi glieli scrive Frankenstein, un altro personaggione di quella scena milanese che al secolo risponde al nome di Sergio Albergoni. Osare è la sua parola d’ordine: nascono così album concettuali come Fetus e Pollution (1972), nei quali l’elettronica regna sovrana e il pop, quando c’è, è una specie di meraviglioso incidente (Energia). Per le strade della Milano degli anni di piombo a un certo punto spunta pure un cartellone pubblicitario di una nota marca di divani con Battiato stravaccato nella tipica mise en travesti, un po’ minacciosa, dei suoi spettacoli live. Il claim è: «Che c’è da guardare?»

La trilogia pop

Alla fine degli anni Settanta, nasce la felice anomalia del Battiato pop. Nasce quasi per scommessa: additato come una specie di cappellaio matto, eppure stimato da alcuni ambienti dell’industria discografica imperante, a una cena tra amici si lascia scappare un «che ci vuole a scrivere un brano di successo». Qualcuno gli lancia la sfida con un «provaci». L’infaticabile sperimentatore, otto album di nicchia dietro le spalle, decide di fare le cose in grande: in tandem con Giusto Pio, suo maestro di violino, tira fuori L’era del cinghiale bianco (1979), un capolavoro che dimostra che una terza via è possibile tra la musica colta e quella che Carl Wilson definirà «musica di merda». Perché, anche quando parliamo di armonia e melodia, il pop può elevarsi ad arte maggiore. Il successo è notevole ed ecco che il Maestro fa le cose ancora più in grande: l’album diventa il primo capitolo di una trilogia pop che comprende Patriots (1980), il disco dell’inno Prospettiva Nevskij, e soprattutto La voce del padrone (1981), primo long playing a superare il traguardo del milione di copie vendute in Italia. Parlando di «meccaniche celesti» e «scivaismo tantrico di stile dionisiaco». Certi miracoli riuscivano soltanto a lui. Forse perché, come nessun altro, aveva capito che l’Italia del riflusso era alla perenne ricerca del suo Centro di gravità permanente.

Il Battiato anni Ottanta, all’apice del successo (Ansa)

Tangentopoli spiegata con «Povera patria»

Da quelle altezze si può solo scendere, ma Battiato – che nel frattempo torna a vivere in Sicilia – non scende mai veramente. Da riscoprire sono gli album L’arca di Noé (1982) e Orizzonti perduti (1983), così come Fisiognomica (1988), contenente la perla E ti vengo a cercare che, in mano al Nanni Moretti di Palombella rossa, diventerà qualcosa di esplosivo. All’apice del successo ribalta lo schema che lo aveva portato al successo: non più testi alti su arrangiamenti pop, ma testi pop su arrangiamenti alti. Arriva così Come un cammello in una grondaia (1991), dove re-interpreta lied di Brahms e Wagner, ma soprattutto fotografa l’Italia di Tangentopoli con Povera patria, brano che tutto l’arco costituzionale tricolore ha provato a intestarsi.

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By ninja

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