Quanto alle monache (spesso monacate a forza dalle famiglie per non polverizzare il patrimonio, a tutto vantaggio dei fratelli), trovavano nei conventi delle vivaci officine artistiche, dove praticavano il ricamo (con cui creavano, nei paramenti, veri “dipinti” tessili), la miniatura e la pittura: in mostra, oltre ai lavori della citata Plautilla, sfilano dipinti di Orsola Maddalena Caccia (1596-1676) e di Giustina Fetti (Suor Lucrina, 1600-1651), monache ma anche “parenti d’arte”, essendo figlia di Guglielmo Caccia la prima e sorella di Domenico Fetti la seconda.

Artemisia Gentileschi

Loro anticipano dunque la schiera delle “figlie di”, la più famosa delle quali è oggi Artemisia Gentileschi, diventata una sorta d’icona protofemminista per aver avuto il coraggio, ammirevole, di denunciare a 18 anni il suo stupratore, il pittore Agostino Tassi, malgrado la reticenza del padre Orazio (che ne era socio e che, a dire di Baglione, era ugualmente brutale), e per aver poi intrapreso una carriera fortunata in pittura, sebbene dolorosa sul piano umano, perseguitata com’era da maldicenze velenose per le sue scelte di libertà, anche nei sentimenti.

Lavinia Fontana

Non meno felice la carriera artistica della bolognese Lavinia Fontana (1552-1614), figlia di Prospero, donna colta, talentuosa e astuta, che con le sue pale d’altare e i suoi dipinti da stanza, sontuosi e spesso maliziosi, spuntò compensi superiori a quelli dello stesso van Dyck. Perché astuta? Perché sposò un oscuro pittore affinché lui firmasse i suoi contratti (alle donne era precluso) e dipingesse gli abiti dei suoi effigiati. Non solo: lo canzonava pure, racconta, perfido, il Malvasia, dicendogli che «si contentasse fare almeno il Sartore, già che il Cielo non lo volea Pittore». Quanto all’altra bolognese, Elisabetta Sirani (1638-1665), figlia di Giovan Andrea, «nacque Femmina, ma d’effemminato altro non ritenne, che la corteccia del Nome» (è sempre Malvasia a parlare), come dimostrava con le sue eroine che, al pari di quelle sanguinarie di Artemisia, si vendicavano brutalmente dei soprusi maschili.

Giovanna Garzoni

Di tutt’altra pasta di Artemisia, di cui pure era amica, era Giovanna Garzoni (1600-1670), nata ad Ascoli Piceno, accademica di San Luca, brillante pittrice e miniatrice di tante corti, fra le quali, per cinque anni, quella dei Savoia a Torino. Fu la sposa di Vittorio Amedeo I, Madama Cristina, donna colta e raffinata, cresciuta alla corte di Francia (era sorella di Luigi XIII) a volerla a ogni costo a Torino, nel 1632, come «miniatrice di Madama Reale», pagandola quanto il pittore di corte Francesco Cairo (lui, per altro, autore di dipinti noiosi e penitenziali). A Torino Giovanna Garzoni realizzò preziose “nature in posa” e ritratti raffinatissimi. Poco è rimasto di questa sua produzione, ma in mostra ne figurano due esempi pregevoli: i ritratti postumi dei duchi Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I, sottoposti in quest’occasione a sofisticate indagini scientifiche grazie alla Fondazione Bracco, che ha anche messo a disposizione il suo avanzato sistema d’imaging diagnostico.

Le Signore dell’Arte. Storie di donne tra ‘500 e ‘600, Milano, Palazzo Reale, fino al 25 luglio. Catalogo Skira

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By ninja

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