C’è una variegata drammaturgia ispanica che sta fermentando e producendo fenomeni fortemente innovativi. Se, ad esempio, il franco-uruguaiano Sergio Blanco è l’autore di maggiore spicco del momento, se – in chiave diversa, più orientata alla composizione di schegge di realtà che alla scrittura in senso stretto – l’argentina Lola Arias si sta prepotentemente affermando sulle scene europee, vanno tenuti d’occhio il catalano Pablo Gisbert, che crea i testi del gruppo El Conde de Torrefiel, e l’uruguaiano Gabriel Calderón, legatissimo a Emilia Romagna Teatro.

È curioso il rapporto di Calderón con Blanco. I due, oltre che compatrioti, sono amici fraterni, uniti da esperienze comuni. Calderón ha lavorato come attore per Blanco interpretando fra l’altro, in uno spettacolo di quest’ultimo – L’ira di Narciso – il ruolo sfacciatamente autoreferenziale di “Sergio Blanco”. Pur immersi in uno stesso clima, hanno preso però strade opposte: uno si è trasferito a Parigi, l’altro è rimasto in Uruguay. Uno costruisce sofisticatissimi giochi di specchi mentali, l’altro attinge a un’irruenza tutta sudamericana.

Visceralità esasperata

Ana contra la muerte, il suo testo che ha allestito in versione italiana al Teatro Storchi di Modena, è caratterizzato proprio da questa visceralità esasperata. La trama, reale più che realistica, sembra limitarsi a presentare uno scarno spaccato di vita: c’è un ragazzino malato di cancro, e la madre ex-tossica che torna nel giro dei trafficanti per procurarsi la somma necessaria a pagare la cura che potrebbe salvarlo, finendo in prigione mentre il figlio muore. Ma il suo tratto fondamentale non è la peculiarità della vicenda, è la carica di violenza insita nelle parole, uno sguardo spietato che fa male.

Crescendo di rabbia e di tensione visionaria

Partendo dal nucleo oggettivo dei fatti, la gelida radiografia di una disperazione, il testo sviluppa un crescendo di rabbia e di tensione visionaria che culmina nel furioso attacco alla giudice che dovrebbe accordarle il permesso di essere accanto al ragazzo morente, e poi nell’atroce immagine di «Dio che la stava mordendo, che ce l’aveva tra i denti e che come un cane rabbioso non la mollava», e nella folle fantasia finale di dare la caccia alla morte, «un giorno la morte morirà e io sarò lì a ballare sulla sua tomba».

Questa potenza allucinata, che compensa anche le insidie di una possibile retorica, è insieme la principale risorsa e il principale fattore di rischio per l’opera di Calderón, la cui asprezza di linguaggio sembra correre più veloce di quanto la messinscena non riesca a starle dietro, soprattutto in un contesto che non è quello originale dell’autore. La sua regia è asciutta, tesa, la protagonista Anna Gualdo è una bravissima attrice, ma c’è come uno iato tra la sua recitazione molto strutturata e l’abbandono istintuale che il personaggio esigerebbe. E le cinque giovani che la affiancano si impegnano tanto, ma non sono ancora all’altezza di una prova così ardua.

Source link

By ninja

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *