Spesso tendiamo a dare per scontato il significato di “etica”, quando dovrebbe appartenerci nel vero senso della parola tanto da essere scritta sulla carta d’identità di ciascuno. E oggi più che mai, in un momento storico in cui gli Stati fronteggiano uno sforzo amministrativo imprevisto quanto smisurato, sforzo che mette alla prova i fondamenti stessi della democrazia e la loro applicazione quotidiana. Con il saggio Etica per le istituzioni. Un lessico (Donzelli 2021, pp. 288, euro 28) il lavoro semantico che ha impegnato Francesco Merloni e Alberto Pirni, docenti rispettivamente di Diritto amministrativo e di Filosofia morale, è stato di riscattare dall’ovvio e dal noto alcuni termini che utilizziamo tutti i giorni. Hegel sosteneva: «Ciò che è noto, non è conosciuto. Nel processo della conoscenza, il modo più comune di ingannare sé e gli altri è di presupporre qualcosa come noto e di accettarlo come tale». D’altronde, in qualsiasi processo pedagogico la conoscenza è la risultante tra un insieme di nozioni e l’esperienza pragmatica.

Moralismi inutili

«La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale – argomentava Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari nel 1981 – perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico». Il tema dell’etica pubblica, titolo del primo capitolo, è il perno intorno al quale si sviluppa ogni azione per contrastare la corruzione. In tempo di pandemia andrebbero messe in sicurezza le infrastrutture culturali che formano l’ambiente migliore dentro il quale il funzionario, il politico e l’amministratore tout court possano muoversi. Non a caso, la corruzione che affligge i centri nevralgici dell’Occidente, gode sia della sfiducia popolare fomentata dalla mancata intesa tra esperti del diritto e mass media, sia di una politica spettacolarizzata e sensazionale che si limita a una demagogia infarcita di moralismi.

“Moralismo” scade nell’accezione negativa quando porta con sé comportamenti ipocriti poiché privi di concretezza, sceneggiate mediatiche vacue e vane, come rimarcherebbe il Guy Fawkes esasperato di Alan Moore. Invece l’approccio di questo volume si rivela scientifico, motivato da una passione civile e scaturito da un dialogo creatosi intorno alle diverse attività di studio e approfondimento promosse dall’Anac – Autorità Nazionale Anticorruzione, della quale Pirni è stato prima componente poi presidente dal 2014 al 2020. Un dialogo che rappresenta il confronto a rialzo tra la dimensione individuale e quella collettiva, tra il singolo che incarna il presente e la sua possibilità di superare i propri limiti, riverberando lo “spirito sociale” di roussoiana memoria. E senza tralasciare l’etica dell’esercizio dell’autorità, che richiede autorevolezza e capacità di decidere efficacemente, affinché l’istituzione sia effettivamente percepita nella sua realtà e nella sua funzione.

Prevenire la corruzione

Nel suo significato originario l’etica è un’abitudine, è la possibilità di ragionare e soprattutto di agire consapevolmente, rispondendo a nuovi quesiti sociali o ai medesimi che altri prima avevano già suscitato nello stesso spazio e nello stesso tempo. In sostanza, ogni volta che un individuo agisce compie un atto etico, un atto abitudinario ma innovativo, offre una nuova risposta a una vecchia domanda di convivenza democratica, improntata sulle logiche di integrità, trasparenza e correttezza custodite dalla Costituzione repubblicana. C’è un legame indissolubile quanto imprescindibile tra i diritti fondamentali del cittadino e le istituzioni democratiche.Merloni e Pirni affrontano le radici profonde di lemmi fondamentali come “corruzione”, “integrità”, “trasparenza”, “conflitto di interessi”, “funzionario pubblico”, “imparzialità”, “buona amministrazione”, “burocrazia” e “responsabilità”, che meritano di essere riattualizzati, svincolandoli dall’uso superficiale della retorica. Lemmi che si sono arricchiti di contenuti convergenti con l’attuazione da parte delle amministrazioni della legislazione anticorruzione (legge n. 190 e suoi decreti delegati).

La prospettiva per uscire in maniera indolore da una crisi di proporzioni globali si basa necessariamente sull’ethos e su abitudini rette che veicolino i cittadini non solo nel seguire passivamente l’esistente, ma nell’implementarlo attivamente. In un frangente di ricostruzione che eredita gli slogan incoscienti di un’epoca in fuga dalla complessità, l’impulso a semplificare ulteriormente e ad azzerare qualunque procedimento burocratico pone il rischio di trovarsi domani davanti alle macerie della legalità. Troppo spesso questo Paese ha rimandato provvedimenti strutturali galleggiando su stati di eccezione, su accorgimenti urgenti e contingibili, su situazioni di emergenza trasformate in occasioni di rinascita, ma al contempo problematiche per la tenuta della legalità. Non è trascurabile che specialmente le amministrazioni locali, sebbene siano sempre sotto i riflettori per garantire l’imparzialità e la funzionalità – così nella gestione delle gare d’appalto o dei bandi di assunzione – abbiano subito tagli a ogni livello negli ultimi vent’anni, penalizzando le competenze dei loro stessi funzionari e impoverendosi sia a livello quantitativo sia qualitativo. «È, ancora una volta, la banalità del male, direbbe Hannah Arendt – precisano gli autori – ovvero la sua normalizzazione, la sistemica, pervasiva, micro-pratica corruttiva, in questo caso, a rendere la parola “corruzione” e il fenomeno a cui essa si riferisce meno evidente, meno scandaloso e, corrispondentemente, ad abbassare l’aspettativa di adeguatezza morale, a rendere più difficile lo stupore e la reazione sociale, a disinnescare la vergogna pubblica».

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By ninja

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