Se l’Italia fosse ancora una nazione musicalmente civilizzata, o almeno alfabetizzata, sarebbe superfluo e quasi ridicolo e offensivo spiegare chi sia stato Zenatello. Oggi, per paradosso, spiegarlo potrebbe suscitare non minore ilarità o indignazione, ma per ragioni diametralmente opposte: «Uffa, pedanterie, minuzie, roba “di nicchia”, vecchiume…». Che fare? Impavidi, immemori di Černyševskij, affrontiamo il destino, e audemus dicere : il tenore Giovanni Zenatello (Verona, martedì 22 febbraio 1876 – New York, venerdì 11 febbraio 1949), in collaborazione con l’impresario teatrale Ottone Rovato, ideò per l’Arena romana della sua città un’inconfondibile fisionomia di grandioso teatro d’opera all’aperto.

Tullio Serafin

Lo spettacolo inaugurale, vero big bang dell’esplosione nel favore di pubblico e critica (anche, ahinoi, per i suoi pur legittimi connotati mondani), ebbe luogo domenica 10 agosto 1913, con un’indimenticabile Aida diretta da Tullio Serafin. Quella data segnò la conclusione del gigantesco lavoro di adattamento e allestimento, e come tale possiamo considerarla un a posteriori, ma fu anche, per felice sincronia, un a priori, essendo il 1913 il primo centenario della nascita di Giuseppe Verdi.

L’Arena è una macchina teatrale che tende al kolossal, e va maneggiata con riguardo: risponde al lavoro umano, svolto con lodevole perizia dall’intera città che accoglie l’enorme edificio. Ma dobbiamo accettare, in momenti o in dettagli cruciali, l’intervento del destino. Ci sia consentito un ripasso di taglio scolastico, che fa sempre bene, e tanto più oggi, considerato il livello cognitivo medio di chi in Italia incarna i pubblici poteri e le “alte” (!) cariche. Pronti? Via!

Quest’anno 2021 è il centocinquantesimo anniversario (1871-2021) della prima esecuzione assoluta di Aida, che ebbe luogo nel Teatro Khedivale dell’Opera al Cairo, domenica 24 dicembre 1871. A Verona nel 1913 diresse Tullio Serafin, factotum di alta classe, considerato dai volgarizzatori una specie di anti-Toscanini, ma in realtà molto più colto e versatile del direttore parmense (conosceva la cultura tedesca e mitteleuropea, e nel 1942 diresse Wozzeck al Costanzi di Roma).

L’anniversario in cifra tonda si combina con altri ricorrenti segnali. L’annata 2021 dell’Arena, secondo un numero tradizionale per gli organizzatori della stagione d’opera nel vastissimo spazio aperto, presenta cinque titoli. Non soltanto tradizione, né numerologia luciferina (5, com’è noto, è il numero del Demonio così come il 3 è il numero dell’Altro): non allestire più di cinque opere all’Arena è realistico e ragionevole, considerando la mole, il peso, il costo di ciascuna produzione in quello spazio che esige ingenti sforzi d’ogni genere. Il primo dei cinque titoli che andrà in scena sarà (e non sembri strano) Aida, lavoro spettacolare per antonomasia, opera-simbolo della stessa Arena e della sua storia teatrale, titolo “da inaugurazione”. Seguirà una creatura molto più “leggera”, intima e programmaticamente verista con balenanti striature crepuscolari e pessimistiche: in verità, una creatura duplice, una stella doppia, i due “Einakter” Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni in coppia per consuetudine con Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. E ancora, Nabucco, La traviata, Turandot. Titoli inamovibili, quasi rituali e scontati, ma, ci vien promesso, eccezionali quest’anno grazie a reinvenzioni di regia e di arredo e di concezione dello spazio, nonché a doni speciali.

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By ninja

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