La parabola di un predestinato

La libertà, impossibile nelle gabbie di oggi, è la forza della storia di Mancini e di questo libro che la sa cogliere nelle pieghe dei gol e anche delle liti violente: «A 16 anni volava in contropiede, a 26 dosava i suoi affondi per piazzarli nei momenti più importanti, a 36 non gliene rimaneva neanche uno, in un calcio già abituato ad altri ritmi, ma sapeva comunque prendere il tempo a un difensore, ingannarlo, illudere con un colpo di tacco un intero stuolo di uomini intenti a fermarlo». Bellezza accecante ravvivata da una personalità pensante (quanti atleti lo sono?) ma offuscata da tante ombre: il poco azzurro vestito in carriera o i momenti di rabbia molto manciniani e «in quegli scatti d’ira, nelle imprecazioni per un passaggio sbagliato o per un fischio sgradito, il tifoso trovava un tratto profondamente umano pur dovendo riconoscere quanto inumano fosse il talento. Mancini era allo stesso tempo sacro e profano, irraggiungibile, eppure così vicino».

La Sampd’oro e i Gemelli del gol

Genova lo ama e quell’amore è il fuoco che lo fa ballare, facendosi beffe del tempo, fino alla finale di Wembley persa ai supplementari nel maggio 1992 contro il Barcellona: al fischio finale Mancini si siede a centrocampo e piange. La Sampd’oro finisce quella notte e anche l’età dell’innocenza.

Muore Mantovani, la Samp è in disarmo, Vialli va alla Juve e Mancini alla Lazio, dov’è praticamente onnipotente e segna di tacco in Parma-Lazio del ’99 una delle reti più immaginifiche del nostro calcio. Lascia vincendo scudetto e Coppa Italia. Dal campo alla panchina dei biancocelesti crea una Lazio bella, a tratti irresistibile. Passa alla Fiorentina e poi all’Inter, diventando un insegnante di calcio, prima che un gestore. Le quattro stagioni al Manchester City lo rendono internazionale, con quello scudetto vinto al 92’ grazie a un gol di Sergio Agüero. Poi, Galatasaray, di nuovo Inter e Zenit San Pietroburgo, fino alla chiamata in azzurro, lui che dall’azzurro si è spesso sentito osteggiato.

Sulla panchina azzurra

A Coverciano ricostruisce una famiglia: «A fare la differenza è stato ancora una volta il valore dei legami costruiti nel cammino che lo ha portato da Jesi fino alla panchina più ambita d’Italia. Sono tutti lì, gli amici di sempre: nello staff, insieme a Vialli, ci sono Fausto Salsano, Attilio Lombardo, Giulio Nuciari e Massimo Battara».

L’Europeo è qui e ora, l’azzurro, come il mare di Genova, brilla davanti agli occhi di Mancini: «Roberto è il capitano, il leader – ricorda l’amico e compagno Siniša Mihajlović -. Alla Samp faceva tutto: il presidente, l’allenatore, il giocatore, il tifoso e il rompipalle».

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By ninja

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