Lui è l’orrore, l’innominabile di cui tutti vorrebbero fare a meno perché si sa la società deve preservarsi da chi la infanga. Un uomo alla gogna che ha ridisceso i gradini della scala della vita e ormai è giunto all’ultimo, quello da cui non potrà più risalire. Eppure la sua apparente dannazione attira gli altri, quelli che, arrivati in cima, possono guardare giù con un respiro di sollievo, senza lasciare il pianerottolo.

Tutti sicuri che da quel punto non muoveranno più un passo all’indietro, non come l’essere disumano di cui malignano. “Quel dolce nome” di Mario Schiani – edito da Giovane Holden Edizioni, piccola e intelligente casa editrice- è un romanzo inatteso e imprevedibile che conferma il talento dell’autore.

Ottimo ritorno dell’autore alla narrativa, dopo l’esordio de “La banda delle Quattro Strade’ uscito con successo da Salani nel 2009.

Una scrittura lucida, ironica che lascia il lettore sospeso, il tragico e dolorosamente comico protagonista è un uomo che sa ascoltare, anzi stimola in chi incontra il desiderio di confessioni recondite, storie che nessuno osa mettere nero su bianco e allora lo scrittore lo fa per noi, perché nulla deve essere perduto. Da qui la voglia di letteratura? Non sappiamo perché il poveruomo teme il mondo e i suoi simili, non conosciamo subito la ragione che lo costringe a vivere da decenni chiuso in casa con il terrore di essere riconosciuto dagli “altri”; purtroppo le campane di vetro prima o poi rivelano crepe.

Fortezza fatta di libri

Quella che porta il protagonista a uscire allo scoperto è un banale intervento chirurgico, una normalità per tanti uomini della sua età ma per lui è un incubo, deve lasciare la sua fortezza fatta di libri, solitudine, di una moglie premurosa e, nello stesso, tempo assente come a voler sminuire la catastrofe che bussa alla porta. E poi c’è Giulia, la figlia, il capolavoro della coppia, lei non si arrende, vive. Il ricovero scatena la rabbia, la violenza di una città che non dimentica. Uno dopo l’altro al capezzale del ricoverato, per i compagni di stanza è “Belzebù” in persona, passa un’umanità ferita e fragile che rivela debolezze, complessi, ferite antiche mai rimarginate. Poveretti si confidano con lui sapendo che nessun altro ascolterà le loro miserie. Ogni notte, quando in ospedale domina il silenzio, sfilano uno dopo l’altro gli infelici, visibili per una volta nella loro verità. Un uomo mai amato dal padre si rivela con amarezza, sua figlia vive lo stesso disamore e lo racconta sanguinando in attesa che qualcuno curi le sue ferite; l’infermiera dal seno grosso, oggetto di allusioni volgari, vorrebbe anche lei un gesto d’affetto, tenero non rozzo. Il medico misantropo, misogino, arrogante e solo, come nessun altro si lascia andare per poi riprendersi e diventare un uomo tutto d’un pezzo senza cedimenti. Una donna vorrebbe scrivere ma non riesce ad afferrare le parole e renderle storie, poesie, racconti. “Lo confortava l’idea che quel gruppo di estranei casualmente convenuto in una stanza d’ospedale fosse un poco bizzarro e avvertiva una specie di orgoglio per esservi stato ammesso”. Il giorno diventa attesa di Giulia che come lui ha portato la vita nei libri, dando valore a ogni parola. Come suo padre la giovane sa che la parola è preziosa, non può essere sprecata, subita.

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By ninja

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