Apollo di Belvedere

La passione collezionistica del cardinal Alessandro e l’afflato visionario di Winckelmann avevano in comune anche la fisicità del rapporto con la scultura antica. Quanto sensuale fosse il rapporto di Winckelmann lo mostrano le pagine sull’Apollo di Belvedere (che riteneva un originale greco). Sul versante del cardinale, basti citare, prendendola dalla biografia di Dionigi Strocchi (1790) il racconto della scoperta dell’Apollo Sauroctonos. Appena l’Albani seppe che sull’Aventino era emersa una statua di bronzo «fatta sul modello della famosa scultura di Prassitele, la sua brama di appropriarsene fu pari alla bellezza dell’opera»; si precipitò sul posto, e «si dice che l’abbia tirata su e tenuta fra le braccia, portandola fin sulla strada e mettendola sulla propria carrozza» (la statua è ancora a Villa Albani).

L’intreccio degli sguardi intorno alle antichità Albani non riguardava solo il cardinale e il suo fedele antiquario, ma si estendeva a chiunque fosse ammesso a visitare la Villa. Winckelmann, nel desiderio di rintracciare l’originale Sauroctonos di Prassitele, cambiò idea tre volte, e lo riconobbe in un marmo Borghese (ora al Louvre), poi nel bronzo Albani, e infine in nessuno dei due. Fu intorno a casi come questo che s’intensificò la discussione sul rapporto fra originali e copie. Si ragionava su come distinguere le sculture greche dalle romane, ma anche sull’interpretazione di figure divine (sarà Apollo o Dioniso? Hera o Hestia?), sui miti o le storie rappresentate nei rilievi, su rare pietre colorate, sulla qualità delle sculture e sulla bontà dei restauri. Si alternavano a questi, fra i visitatori di Villa Albani, altri discorsi sulla Villa stessa, e non solo sulle architetture del Marchionni, ma sul suo rapporto con i modelli antichi, dall’inarrivabile Villa Adriana alle residenze descritte da Plinio il Giovane.

Villa Albani conserva ancor oggi il suo assetto complessivo dispiegando le antichità, stanza per stanza, in calcolate prossimità e simmetrie. Invita a soffermarsi su ogni singola scultura, ma anche a osservare la trama di rimandi entro cui è disposta. Non è solo uno spazio di ostentazione, ma di conversazione, e di quel vibrante Settecento che la vide nascere offre non raggelati modelli del Neoclassico, ma il fattore essenziale che gli diede forma: l’incessante discussione sulle eredità degli Antichi. Le sculture che incontriamo nei giardini, nelle sale e nelle scale, ma anche la quadreria, anche gli arredi, anche gli affreschi furono conversation pieces, oggetti in perpetuo dialogo fra loro, che implicano uno sguardo multiplo, quello dei visitatori. Questa trama di sguardi sembra ancora sospesa in quell’aria incantata: l’occhio attento del cardinale Alessandro Albani ma anche dei suoi successori nella proprietà, e specialmente del principe Alessandro Torlonia che l’acquistò nel 1866. Lo sguardo indagatore di Winckelmann, ma anche degli studiosi che nel tempo hanno studiato le sculture e la collezione nel suo insieme.

Fondazione Torlonia

Per volontà della Fondazione Torlonia, è in preparazione un libro (edito da Rizzoli in italiano e in inglese con splendide fotografie di Massimo Listri, saggi di Carlo Gasparri, Raniero Gnoli e Alvar González-Palacios e mia prefazione) che è invito a partecipare a questa conversazione secolare. A visitare Villa Albani vedendola come la restituzione di un’atmosfera di vivaci discussioni e di pensieri mutevoli, che ancora invitano a interrogare quelle antichità che paiono mute (e non lo sono) per trarne un nuovo nutrimento della mente che possa alleviare il nostro difficile presente e ispirare il nostro futuro.

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By ninja

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