In treatment è una delle serie più amate del periodo d’oro HBO, anche se non ha mai avuto grande fortuna negli ascolti. Dal 2008 al 2010, per tre stagioni, Gabriel Byrne ha vestito i panni dello psicoterapeuta Paul Weston. La serie è basata sul format israeliano BeTipul, che è stato adattato in molti Paesi del mondo, Italia compresa.

La quarta stagione (su Sky dal 27 luglio), prodotta da HBO a dieci anni di distanza dalla precedente, è in sostanza un ulteriore adattamento: è ambientata a Los Angeles, c’è la pandemia, c’è una diversa attenzione ai temi di razza, genere, privilegio, disparità sociale, e c’è una nuova protagonista, la dottoressa Brooke Taylor, interpretata da Uzo Aduba (Orange is the new black, Mrs. America: è incredibile la naturalezza con cui Aduba si cala in personaggi così diversi).

La struttura di fondo resta la stessa: quattro episodi a settimana, tre dedicati a un diverso paziente e uno per la terapeuta. La dottoressa Taylor ha uno stile molto diverso da quello del suo predecessore Paul, è più attiva e più aperta a rivelare dettagli della sua vita privata, ma il conflitto drammatico viene creato nello stesso modo: In treatment è una serie molto difficile da scrivere, perché ogni episodio si compone di due personaggi in una stanza e l’azione è tutta nel dialogo.

L’idea che la sorregge è creare ogni volta una battaglia tra paziente e terapeuta, in cui il primo cerca di manipolare, aggredire, demolire il secondo, che deve usare tutta la sua abilità per divincolarsi e leggere il paziente meglio di quanto egli sappia fare con se stesso.

Nel complesso, il meccanismo funziona ancora, anche se gli ingranaggi sono un po’ più visibili, forse perché nel frattempo la nostra esperienza di spettatori ci ha reso più attenti al dietro le quinte.

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By ninja

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