Parole, immagini, analogie. Storie, miti, ritorni: su tutto, e per tutto, libri. In questo si è tradotta la vita, molto attiva, di Roberto Calasso, lo scrittore ed editore (in questo ordine di importanza, e so che, su questo, molti storceranno il naso), scomparso ieri a Milano, all’età di 80 anni. Era malato e forse perciò ha avuto, recentemente, una anomala “fretta” di pubblicare: in pochi mesi ecco gli ultimi libri composti. E per uno di quei sinistri giochi del destino, che ama farsi beffe delle nostre esistenze, Calasso è scomparso nel giorno di uscita di due (addirittura) testi di carattere autobiografico. Due libri che sostanziano una serie di iridescenze che si rifrangono in tutta la sua vita e opera; e la compiono, in qualche modo: Bobi, saggio memorialistico dedicato a Bobi Bazlen, suo maestro di editoria; Memè Scianca, struggente diario dell’infanzia, filtrato con i doni (e i buchi) che, sola, la memoria sa fare: ed è, questo librino, la felice scoperta di un Calasso intimo, e fragile, che rilegge episodi lontani epperò qualificanti, senza paura di scoprire e offrire lati suoi evidentemente più vulnerabili rispetto alla figura di maestosa caratura intellettuale alla quale ci ha abituati. Era stato, Calasso, protagonista dell’editoria italiana fin dalla creazione dell’Adelphi (su iniziativa di Bazlen e Foà), nel 1962, e dal 1971 la aveva condotta nel mare dei libri, disegnando una traiettoria di coerenza (personale e pubblica) inimitabile e inimitata. Adelphi, grazie al suo intuito, formidabile, di lettore ed editore finissimo (l’ultimo dell’editoria degli editori), aveva, e ha, costituito un “canone alternativo” letterario e grafico nel panorama italiano e internazionale. I libri Adelphi, in libreria, non confluiscono isolatamente, nella saggistica o nella letteratura, sperdendosi nell’ordine alfabetico: formano, al contrario, un blocco uniforme, percepito come un “tutto”, di cui ogni titolo è parte costituente.

Era lo stesso effetto che, coscientemente, Calasso aveva previsto per la sua attività di scrittore. Complesso, magmatico, coraggioso tessitore di analogie senza temere le difficoltà del lettore nell’addentrarsi nei suoi testi, Calasso, dopo un esordio narrativo “erratico” ma seminale come L’impuro folle (1974), ha poi ordito un’Opera che a partire da La rovina di Kasch (1983) si è svolta come un “serpente” di oltre 5.000 pagine che include Le nozze di Cadmo e Armonia (1988), Ka (1996), K. (2002), Il rosa Tiepolo (2006), La Folie Baudelaire (2008), L’ardore (2010), Il cacciatore celeste (2016), L’innominabile attuale (2017), Il libro di tutti i libri (2019) e La Tavoletta dei Destini (2020). Un’opera impossibile (e inutile) da riassumere, un grande affresco che, con i saggi de I quarantanove gradini (1991), La letteratura e gli dèi (2001), Cento lettere a uno sconosciuto (2003), La follia che viene dalle Ninfe (2005), L’impronta dell’editore (2013) e I geroglifici di Sir Thomas Browne (2018, l’argomento della sua tesi di laurea), forma un unicum nella letteratura italiana e mondiale. La scomparsa di Calasso è uno di quei vuoti che si allargano improvvisamente, e costringe chiunque ad affrontare la perdita in maniera originale e, se possibile, costruttiva. E se per l’Adelphi, chiunque ne prenderà il posto, la sua assenza peserà come un macigno (dato che, comunque, sarà insostituibile), per l’intera cultura italiana invece sarà, nel tempo, un gigante con il quale fare i conti. Come Umberto Eco, Calasso fornirà d’ora in poi un metro di paragone, talmente ampio e solido, nell’editoria e nella letteratura, da risultare paradigmatico. Colmo di un valore esemplare, già classico in alcune sue movenze, il suo lavoro, parole e idee più solide del bronzo, acquisirà, nel tempo, lo statuto di un monito, di un monumento o, meglio, di una profezia, almeno per noi suoi ammiratori. Per gli invidiosi, e meno preparati, il suo catalogo resterà, semplicemente, un miraggio.

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By ninja

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