A Milo, quando da Plaka, sorta sull’Acropoli di età classica, si scende verso il teatro e il mare, ci si imbatte in un cartello sgualcito dal sole che ricorda il ritrovamento, in quella stradina laterale, della Venere di Milo. La classicità eternata nel marmo è ricordata in un angolo di erbacce.

Il ritrovamento della Venere di Milo

Nel 1820, quando l’isola era ancora sotto il dominio ottomano (la rivoluzione greca è dell’anno seguente), il contadino Yorgos Kentrotas sta lavorando nel suo campo, rimuove delle pietre e la scopre. L’ammiraglio Jules Dumont d’Urville è al porto di Milo, con una nave francese. Viene a sapere del ritrovamento e va a vedere la statua. Il busto è nella capanna del contadino, il panneggio che copre le gambe nella nicchia e scrive: «La statua rappresentava una donna nuda, la cui mano sinistra, protesa, tendeva una mela mentre la destra reggeva una veste finemente drappeggiata che scendeva con negligenza sino ai piedi; tutt’e due le braccia sono state mutilate e si trovano staccate dal corpo». D’Urville acquista la statua ma Yorgos specula e la vende una seconda volta, ad alcuni armeni, che desiderano consegnarla a un pascià della corte di Costantinopoli. Così, al porto di Milo, la statua imballata sta per essere caricata su una nave direzione con Costantinopoli, quando il comandante francese grida: «à moi, mes braves!» e la Venere è donata a Luigi XVIII ed entra al Louvre. Intanto, il contadino Yorgos viene frustato dai Turchi per quel pasticciaccio brutto e a noi resta il mistero delle braccia della statua: D’Urville le aveva viste o andarono perse in seguito? Plausibile, invece, immaginare una mela fra le mani di Venere, è il frutto che le porge Paride ed è il simbolo di Milo.

I capricci degli dei e l’astuzia degli eroi

La storia della Venere è una delle tante che Giulio Guidorizzi, già docente di Letteratura greca all’Università di Milano e Torino, e Silvia Romani, docente di Religioni del mondo classico a Milano, raccontano come fossero contemporanee nel loro Il mare degli dèi. Guida mitologica alle isole della Grecia. È un viaggio nei capricci degli dèi, fra le vendette e l’astuzia degli eroi, fra albe sognate, tramonti biblici, l’impertinenza del meltemi e il “mare color del vino”; è un rito ancestrale fatto di ritorni a quelle isole in cui tutto è nato perché tutti siamo isole. L’ha riassunto alla perfezione Lawrence Durrell: «Essere il re delle isole, / condividere il letto con una stella».

La cultura greca – suggerisce il libro – è il big bang della nostra civiltà e dell’Europa: da quel grumo di storie di dèi, dee e miti, da quegli scogli, nascono Omero, la letteratura, la filosofia, cioè il pensiero occidentale: «Questo è un libro che si può leggere in navigazione o di notte, in rada, di fronte a un tempio in rovina. Si può, anche, partire per un viaggio immaginario, pensando alla gioia e alla luce di quelle terre, che ti sprofondano in un’energia antica, quando vi metti piede. È un libro di mare, da marinai, dell’immaginazione o della realtà».

Da Delo a Rodi, passando per Itaca, Santonini e Lemno

La Grecia è un vaso di Pandora che tutto contiene (quanto dolore gli incendi di questi giorni), dove la mitologia viaggia sulle onde per arrivare a noi: c’è Delo, che non doveva esserci ma dà ospitalità alla madre con in grembo i gemelli divini e diventa patria di Apollo, c’è Nasso, dove il profumo del fico, sacro a Dioniso, è inebriante e ci ricorda che tutti possiamo essere piantati in (N)asso come Arianna. Come non ricordare Corfù e Itaca, Serifos, Santorini, la “kalliste” (bellissima), Samotracia o Lemno con il crimine lemnio, quando i maschi furono uccisi dalle donne, o Salamina, scenario di una delle battaglie che hanno fatto la storia (480 a.C.), o Egina, che per prima batté moneta. Samo è l’isola dell’anello del re Policrate; a Cos, il medico Ippocrate declina il metodo rigoroso contro pregiudizio e superstizione.

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By ninja

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