I diritti d’autore di questo libro andranno alle protagoniste di una storia kafkiana, una delle tante nascoste nelle pieghe del nostro Paese, che i due autori hanno meritoriamente raccontato in Io posso. Due donne sole contro la mafia.

Siamo nella Palermo degli anni 80, la mafia domina in vari settori, soprattutto in quello edilizio. Gli appetiti di costruttori che rispondono ai clan o sono da essi protetti si scatenano sull’area all’ingresso del parco della Favorita in cui sorgono le casette di Maria Rosa e Savina Pilliu (e all’epoca della madre Giovanna), due sorelle di origine sarda che rifiutano varie “proposte” di acquisto. Le ultime provengono da Pietro Lo Sicco, uomo sotto l’ala protettrice del boss Stefano Bontate. La resistenza opposta dalle donne alle crescenti pressioni provoca minacce e segnali violenti: a casa arrivano bidoni di calce, corone di fiori, una bombola di gas e altre amenità. Intanto le loro case sono pesantemente danneggiate dall’abbattimento di quelle ai piani superiori (rimangono, così, senza tetto) e delle palazzine intorno, comprate dal costruttore.

Le due donne, proprietarie di un negozio di alimentari, sono costrette a trasferirsi altrove ma tengono duro e non vendono. Si rivolgono anzi a un avvocato, sporgono negli anni 44 denunce senza arrendersi di fronte a pronunciamenti paradossali e ingiusti. Nel ’92 raccontano la loro storia anche a Paolo Borsellino, che le incontra quattro volte nelle settimane prima della strage di via D’Amelio e prende nota su un’agenda (sarà la rossa?).

Ma la strada della giustizia, per le Pilliu, è lunghissima e – come si vedrà – beffarda. Corrompendo le persone giuste, dall’allora assessore all’Edilizia in giù, Lo Sicco si era autodichiarato proprietario dell’intera zona, e con i 10,3 miliardi di lire di mutuo ottenuti da Sicilcassa inizia a costruire: non importa se la concessione per edificare era irregolare, “io posso”, mostra con arroganza l’uomo protetto da Bontate. Nei nuovi appartamenti di fronte alle case senza tetto delle Pilliu abiteranno persone normali e mafiosi come Giovanni Brusca, che trascorre qui parte della sua latitanza. Quando finalmente nel 2008 Lo Sicco viene condannato, dopo un lungo iter giudiziario, anche per concorso esterno in associazione mafiosa, sembra rischiararsi il cielo per le combattive sorelle. Le quali ottengono 218mila euro per i danni morali.

La vera battaglia, però, è la causa civile per il danno patrimoniale che, dopo trent’anni di soprusi, intentano nei confronti della Lopedil, società di Lo Sicco e proprietaria del palazzo. Vincono, ma non riceveranno neanche un euro dei quasi 780mila di risarcimento riconosciuti dalla sentenza, perché le quote della società e gli altri beni del costruttore sono stati nel frattempo confiscati, e la banca mutuante ha la priorità nella riscossione dei crediti. Maria Rosa e Savina, inoltre, non hanno (per un cortocircuito giuridico) lo status di vittime di mafia che permetterebbe di ricorrere all’apposito fondo. Ma non finisce qui. L’Agenzia delle entrate esige dalle donne 22.842 euro di tasse: il 3% della cifra che non hanno ricevuto. Lo stabilisce la legge, non ci sono eccezioni nemmeno per un caso così eclatante. Le Pilliu, sembra incredibile, sono così vittime anche dello Stato. Ma «lo Stato siamo noi», scrivono Pif e Marco Lillo: l’obiettivo è raggiungere la somma attraverso i proventi della vendita di questo libro, e chissà, riuscire a ristrutturare le case i cui ruderi sono ancora in piedi – tenaci come le proprietarie – per farne la sede di un’associazione antimafia.

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By ninja

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